tiscali: Clima avvelenato per i musulmani moderati. A volte basta una barba a creare il vuoto attorno

 

Dopo la strage dello Charlie Hebdo la Co-mai aveva denunciato una crescita molto forte – stimata attorno al 40 per cento – degli episodi di intolleranza e di diffidenza

E’ sempre più difficile essere in Italia, e in Europa, “musulmani moderati”. E anche quell’aggettivo non aiuta. Perché presuppone l’idea che l’Islam abbia una natura radicale e che, al suo interno, esista una scuola “moderata” di pensiero. Come se il radicalismo fosse la regola e la moderazione l’eccezione. Invece è il contrario: su un milione e mezzo di musulmani, il 65 per cento ha un approccio laico con la fede, analogo a quello di tanti cattolici che vanno in chiesa nelle feste comandate. Foad Aodi, medico e presidente della Co-mai (Comunità del mondo arabo in Italia), è impegnato da anni nel dimostrare il contrario. E’ stato lui a lanciare l’idea della manifestazione “Not in my name”. E oggi tiene prima di tutto a dichiarare la sua vicinanza, la sua solidarietà, alla famiglia di Valeria Solesin.
Sono giorni molto complicati per i “musulmani moderati”. Dopo la strage dello Charlie Hebdo la Co-mai aveva denunciato una crescita molto forte – stimata attorno al 40 per cento – degli episodi di intolleranza e di diffidenza. Dopo le stragi di Parigi c’è stato un aumento di proporzioni analoghe. Un livello di diffidenza mai raggiunto in passato. Che si manifesta in “piccoli” episodi della vita quotidiana. Così “piccoli” da non meritare un articolo sui giornali, ma così diffusi da creare un clima pesantissimo. Un clima che favorisce le attività di proselitismo degli estremisti. E che può spingere i più giovani verso la radicalizzazione.
“Alla nostra sede – racconta Aodi – arrivano sempre più spesso segnalazioni di episodi di intolleranza. La novità è che ce ne sono giunte alcune che hanno cittadini italiani cattolici come vittime. Incredibile? Mi rendo conto. Ma succede che giovani italiani che hanno un certo tipo di barba vengano guardati con diffidenza: salgono su un mezzo pubblico e s’accorgano che attorno al loro si è fatto il vuoto. Ecco, se una barba può fare paura perché evoca il terrorismo, si capisce in che situazione ci troviamo. Siamo alla psicosi”.
L’ultima segnalazione, arrivata poco fa, è di quattro giovani donne arabe che camminavano per Roma, nel quartiere Parioli. Viso completamente scoperto, ma il velo sulla testa. “Un tale le ha fermate, ha cominciato a porre domande, a chiedere cosa facevano e dove erano dirette. Era un cittadino qualunque che si è sentito in diritto di agire come se fosse un poliziotto per il solo fatto che ha riconosciuto quelle donne come musulmane. Abbiamo avuto anche segnalazioni di licenziamenti di afghani e nordafricani per ragioni che possono essere inquadrate nel campo della diffidenza e del sospetto. Come dire: “Ti presenti in un certo modo, puoi sembrare un estremista, allora preferiamo che te ne stia a casa”.
Un clima che non risparmia neanche i bambini. Capita che certi discorsi sentiti a casa vengano trasferiti nelle aule delle scuole elementari o medie inferiori. Con ragazzini che contestano ai loro compagni di famiglia musulmana le stragi di Parigi, come se a compierle fossero stati dei loro parenti. Non sempre questo “bullismo religioso” finisce con la fine delle lezioni. Aodi – dal suo osservatorio di medico – afferma che sono aumentate, nella popolazione musulmana, le richieste di visite pediatriche per ragazzini di famiglie musulmane depressi o comunque in difficoltà per il clima che li circonda.
Il clima politico non aiuta a svelenire il clima. “Esiste una fascia minoritaria, stimabile attorno al 5 per cento – afferma Aodi – di persone, di solito molto giovani, che, pur senza mai arrivare a giustificare le stragi di Parigi, ne attribuiscono la responsabilità all’Occidente, alla condizione di emarginazione degli immigrati, alle politiche in Medio Oriente, in Asia, in Africa. Si tratta, spesso, di rilievi che hanno un fondamento, tanto che sono argomento di dibattito. Ma quando producono un ribaltamento della realtà, fino a trasformare i carnefici in vittime, allora si è nel campo immediatamente confinante con l’estremismo e basta davvero poco per arrivare a compiere il salto. Ecco- prosegue il presidente della Co-mai – se mi trovo a parlare con uno di questi ragazzi ho molte più difficoltà a convincerli che la condanna della violenza deve essere assoluta se sui giornali ci sono dichiarazioni di politici che bollano l’Islam come religione violenta e, a volte, lo offendono. Certe prese di posizione xenofobe, che schiacciano una intera comunità favoriscono le radicalizzazioni”.
Nel giugno scorso, Aodi è stato nominato dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni “focal point” dell’Unaoc, l’Alleanza dell civiltà delle Nazioni unite. Un riconoscimento che conferma la sintonia tra il governo e le comunità del mondo arabo nell’intervento educativo e culturale. “La radicalizzazione – sottolinea Aodi – va combattuta attraverso il confronto culturale, dunque a partire dalle politiche scolastiche”. Il progetto “Istruzione senza confini”, presentato all’inizio di questo mese (lo sostengono Co-mai, l’Associazione dei medici di origine straniera, Il Movimento uniti per unire e l’Università telematica UNINETTUNO) prevede l’apertura di sportelli telematici dedicati agli immigrati per consentire loro l’accesso all’istruzione e l’inserimento nel mercato del lavoro. “Sono queste le strade – sottolinea Aodi – che dobbiamo percorrere per incontrarci e creare le premesse perché l’odio finisca”.

 

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