Tiscali: Albo degli imam. Le scelte di Alfano deludono i musulmani laici italiani

Una richiesta che non lascia spazio a equivoci: “No alle moschee fai da te che danneggiano i musulmani. Nessuno può svegliarsi la mattina e mettere su una moschea con regolamenti poco chiari”. A ribadirlo è Foad Aodi, presidente di Co-mai (Comunità del mondo arabo in Italia) che a gennaio ha presentato (assieme al movimento Uniti per unire e al giornale on line La Svolta) il manifesto “Not in my name”, una presa di distanze netta e “operativa” dei musulmani italiani dopo la strage di Parigi.
“Operativa” perché “Not in my name” non è solo una condanna del terrorismo, ma anche una lista di proposte attraverso le quali le comunità del mondo arabo tentano di rispondere alle preoccupazioni e alle ansie dell’opinione pubblica italiana. La richiesta di istituire un albo degli imam e di dire basta alla cosiddette “moschee fai da te” si accompagna a quella di una legge italiana ed europea per il controllo del’immigrazione, a un “no” netto a qualsiasi strumentalizzazione politica dell’Islam. Da allora è passato un mese e il percorso verso la messa in atto delle proposte del manifesto “Not in my name” è stato avviato. Con qualche problema.
Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano – che aveva subito condiviso la proposta dell’istituzione dell’albo – il 23 febbraio ha convocato i rappresentanti di varie comunità e associazioni musulmane per realizzare una sede stabile di confronto. Qualcosa di molto simile alla “Consulta per l’Islam” a suo tempo istituita da un altro ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, e al “Comitato per l’Islam” voluto in seguito da Roberto Maroni quando era alla guida dello stesso ministero. L’intenzione di Alfano pare essere quella di stabilire un confronto diretto, senza filtri né mediazioni, con i rappresentanti religiosi. Un metodo che il ministro ha motivato con grande enfasi – “Dobbiamo distinguere chi prega da chi spara” – ma che ha lasciato perplessi molti di quanti, da una prospettiva laica, da anni sono impegnati per il dialogo interreligioso.
L’avvio di questa sorta di nuova consulta islamica, infatti, è stato segnato da una serie di esclusioni rilevanti. Ancora una volta quella dei rappresentanti dei musulmani laici che, sottolinea Aodi, sono la stragrade maggioranza dei musulmani presenti in Italia tramite le loro comunità e la Co-mai.
“Ringrazio il ministro per aver accolto la nostro proposta. Ma devo rilevare – afferma – che ancora non sembra ben chiaro che il modo di vivere la religione della maggior parte dei musulmani che risiedono in Italia non è molto diverso da quello con cui la maggior parte degli italiani vive la religione cattolica. Ci sono persone che frequentano regolarmente le chiese, prendono parte a tutte le ricorrenze religiose, e ci sono persone che, pur non praticando con regolarità, sono credenti: hanno la loro parrocchia come punto di riferimento per i momenti solenni della vita come il battesimo, il matrimonio, le cerimonie funebri. Ecco, qualcosa di simile succede nel mondo musulmano. C’è una minoranza di frequentatori assidui, quotidiani, delle moschee. E c’è una maggioranza, di cui anche io faccio parte, che le frequenta solo il venerdì. Parliamo di oltre un milione e mezzo di persone che vedono il loro rapporto con la moschea in un modo molto simile a quello dei cristiani con la loro parrocchia”.
Secondo Aodi questo parallelismo tra l’imam e il parroco chiarisce bene la necessità di un coinvolgimento nel confronto dell’intero mondo musulmano, e non solo degli esponenti religiosi. “L’imam deve svolgere un ruolo di mediazione sociale. Deve predicare la religione musulmana e assieme deve conoscere la cultura e la lingua italiana. E ‘anche’ in italiano che, secondo la nostra proposta, deve pronunziare il Kotba del venerdi per non lasciare alibi a chi strumentalizza tutti i giorni sulle moschee. Non vorrei che questo privilegiare i religiosi, anche se ispirato dalle migliori intenzioni, portasse al risultato di non cambiare niente. Perché, non dobbiamo nascondercelo, ci sono divisioni tra musulmani ed italiani convertiti all’islam”.
Si tratta, evidentemente, di visioni completamente diverse del dialogo tra le religioni. Non è un caso che Aodi faccia una analogia tra il metodo proposto per la realizzazone dell’albo degli imam e una battaglia di cui lui – medico palestinese immigrato in Italia e oggi presidente dell’Associazione medici stranieri in Italia (Amsi) – fu protagonista nel 2001 quando fu premiato come “pioniere dell’integrazione” per aver promosso il riconoscimento professionale dei medici stranieri che lavoravano nel nostro Paese e la possibilità di iscriversi all’Ordine dei medici senza l’obbligo della cittadinanza italiana.
“Col riconoscimento di quel diritto e la nascita dell’Amsi – ricorda – si diede un colpo durissimo al lavoro nero al quale molti professionisti erano costretti. Una situazione di illegalità che danneggiava tutti: noi medici e i pazienti, che non avevano garanzie. Il riconoscimento formale dell status, il ripristino della legalità, portò enormi benefici. Ecco, anche se i campi sono completamente diversi, noi proponiamo che questo avvenga anche nel dialogo religioso. Chiediamo, infatti, anche una rigorosa mappatura di tutte le moschee. Devono essere dei luoghi aperti, accessibili anche agli italiani, luoghi di preghiera e di incontro. Purtroppo la strada che si è intrapresa non fa in questa direzione. Speriamo che lo si capisca rapidamente”
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