lanuovasardegna: Gli islamici con Bergoglio «Denunciate i sospetti»

 

L’appello del medico palestinese responsabile delle comunità arabe in Italia Lanciato l’hashtag #tuttiunitiperilgiubileo. «È in gioco la sicurezza di tutti»

ROMA. L’appello è chiaro e parte dal responsabile dell’associazione Co-mai, il comitato che riunisce le comunità arabe presenti in Italia. «Denunciate e segnalate qualsiasi cosa che vi pare sospetta – esorta Foad Aodi che si rivolge direttamente ai cittadini musulmani -. Dobbiamo garantire, per primi, la sicurezza e l’immagine dell’Islam che non c’entra nulla con questo terrorismo feroce e che invece è l’assassino di tutte le religioni».

Medico di origine palestinese, Aodi vive da anni a Roma. Dall’attentato alla redazione di “Charlie Ebdo” a gennaio, continua ad esortare le comunità arabe ad emarginare qualsiasi forma di radicalismo. È stato uno dei promotori della manifestazione “Not in my name” che ha riunito nella Capitale i musulmani moderati anche dopo la strage a Parigi del 13 novembre. Ma ieri Foaud Aodi, presente in piazza San Pietro, è tornato a lanciare l’appello affinché «il Giubileo si confermi un momento di pace» promuovendo l’hastag su Twitter #tuttiunitiperilgiubileo. Un punto di partenza per altre iniziative che saranno avviate parallelamente a quelle del Giubileo.

Questa volta la comunità musulmana risponderà più numerosa all’appello?

«L’importante è, come dice il titolo dell’iniziativa, essere tutti uniti per il Giubileo. Il rischio è di fare una demonizzazione generale dell’Islam, ma la stragrande maggioranza di noi condanna il terrorismo e la violenza. In questo periodo molti di noi vengono discriminati sui posti di lavoro e nelle scuole solo perché musulmani. L’atmosfera di tensione sta diventando complicata anche per le nostre famiglie. Per questo invitiamo le comunità arabe, ma anche i cristiani, gli ebrei e le altre religioni a unirsi contro il terrorismo. L’hashtag lanciato dalla Co-mai è un modo per fare gli auguri a papa Francesco e ai cristiani per l’Anno santo della Misericordia che si è appena inaugurato. Partiamo da qui».

Un invito alla coesione nel nome di papa Francesco?

«Noi in questo momento storico dobbiamo dire grazie a papa Francesco. Una figura necessaria anche al popolo arabo, che sa unire, trasmettere messaggi forti che arrivano al cuore. Nel nome della pace. Non dobbiamo smettere di ripeterlo. Noi ci dissociamo così pubblicamente da ogni forma di violenza compiuta in nome della religione che abbiamo chiesto alle comunità arabe di segnalare qualsiasi situazione sospetta. Dobbiamo garantire la sicurezza del Papa. È troppo importante per tutti».

Le comunità arabe possono funzionare come “antenne” sul territorio?

«Sono fondamentali. Purtroppo, negli ultimi anni sia per incomprensioni interne tra le diverse nazionalità, sia per mancanza di comunicazione con le istituzioni italiane, le comunità arabe presenti in Italia hanno perso il loro ruolo di interlocutore. A Roma, questo processo è accaduto in maniera molto evidente. Purtroppo. Adesso però bisogna ricostruire un colloquio sia tra di noi, sia tra il mondo arabo e l’Italia. È importante quando si affrontano questioni legate all’integrazione, ma diventa fondamentale quando si parla di sicurezza».

Dialogo e sicurezza viaggiano insieme?

«Prima

di tutto andavano condannati gli atti di terrorismo e la nostra presa di distanza è stata netta. Tra noi ci sono professionisti, padri di famiglia. Per la sicurezza di papa Francesco siamo pronti ad impegnarci fino in fondo».

(f.cup.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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