Intervista del presidente Amsi Foad Aodi con Reporter Nuovo sulla situazione dei medici in Italia

Entro dieci anni mancheranno 15mila specialisti nel Servizio Sanitario Nazionale. Ridotti i posti nelle scuole di specializzazione: solo un laureato su tre potrà frequentarle. Cresce del 30% la presenza di professionisti stranieri:

Germania, Gran Bretagna, Francia. E ancora Svezia, Danimarca e Australia. Sono le destinazioni preferite da un numero crescente di medici italiani e giovani studenti, che vanno all’estero per formarsi e lavorare. Con loro, tanti odontoiatrifarmacisti eveterinari. Sono tutti rassegnati ad abbandonare un Paese che non è in grado di garantire loro un contratto di lavoro a tempo indeterminato o la possibilità di frequentare una scuola di specializzazione. Un Paese che rischia di importare sempre più professionisti dall’estero, per soddisfare il fabbisogno sanitario nazionale.

Negli ultimi anni sono aumentate le richieste di attestati di conformità Ue da parte di medici italiani: documenti necessari per poter esercitare la professione in altri stati europei. Dal 2009 al 2012 circa 5mila camici bianchi hanno chiesto al ministero della Salute questi certificati di congruità. Un trend che non sembra subire inversioni di rotta, a causa delle difficili condizioni lavorative italiane.

I dottori lamentano il costante rischio di ritrovarsi disoccupati. E contestano il blocco dei turnover, dovuto ai piani di rientro dal disavanzo della spesa sanitaria seguiti dalle Regioni: una sospensione, che sbarra l’accesso ai concorsi nelle aziende sanitarie locali. Esasperati da un perenne stato d’insoddisfazione professionale e d’incertezza nel futuro, molti medici e studenti decidono di fare le valige e lasciare la penisola.

Non è solo il precariato ad alimentare queste fughe, dettate da un sano istinto di sopravvivenza. La decisione di partire spesso si matura prima, quando ancora si siede nelle aule universitarie. Luisa, al quarto anno di studi, punta dritto al cuore del problema:

“Se entriamo in 10mila alla facoltà di Medicina, ma solo 3.500 di noi potranno poi accedere alle scuole di specializzazione, cosa faranno gli altri ragazzi? O diventeranno “schiavizzandi” non pagati all’interno dei reparti oppure andranno all’estero”.

Infatti, non tutti i laureati hanno la possibilità di frequentare una scuola di specializzazione, requisito fondamentale per essere assunti nel Servizio Sanitario Nazionale. I posti sono solo 3.500, cui si aggiungono 900 borse di studio per Medicina generale: di conseguenza, delle 10milapersone che hanno superato i test d’ingresso alla facoltà di Medicina dello scorso 8 aprile, meno della metà potrà continuare gli studi specialistici in Italia subito dopo il termine del ciclo base di formazione universitaria.

Per questo, all’inizio di aprile, gli aspiranti camici bianchi hanno protestato fuori Montecitorio. Nel 2016 i laureati in Medicina saranno tra gli 8 e i9mila: solo uno su tre potrà proseguire il suo percorso nel nostro Paese. L’Anaao Assomed (Associazione Medici Dirigenti) ha realizzato un’indagine in cui prevede che, nei prossimi dieci anni, ci saranno circa58mila pensionamenti tra medici dipendenti del settore pubblico, universitari e ambulatoriali: ma i contratti di formazione specialisticaprevisti saranno solo 42mila. Come risultato, nel prossimo decenniomancheranno all’appello nel Servizio Sanitario Nazionale circa 15mila specialisti.

“La fuga dei cervelli è un fenomeno ormai consolidato”, ci spiega il dott.Walter Mazzucco, presidente del SIGM (Associazione Nazionale Giovani Medici): “E la riduzione di contratti e borse di studio post-laurea ha aggravato il problema”. Per risolverlo è necessario programmare gli accessi alla facoltà di Medicina e alle scuole di specializzazione tenendo conto delle esigenze nazionali presenti e future. “Il bisogno di salute è cambiato”, continua il dott. Mazzucco: “Grazie al miglioramento delle cure, la popolazione invecchia di più ma è maggiormente affetta da patologie croniche. La soluzione è una riorganizzazione dell’assistenza territoriale”. Secondo il presidente del SIGM, “non sono più attuali le 53 tipologie di scuole di specializzazione: sono necessari, invece, profili maggiormente generalisti e solo quelle figure di specialisti che possano dare un effettivo contributo all’intervento medico sul territorio”.

Stanchi di aspettare una riforma strutturale del sistema, molti aspiranti camici bianchi hanno già attraversato i confini nazionali. E l’Italia ha iniziato a fare affidamento sui medici stranieri per rispondere ai bisogni della sua popolazione: dottori già specializzati all’estero e che si adattano a turni faticosi e a una paga scarsa. Nell’agosto 2012, 99 persone hanno partecipato a un concorso dell’Asl di Milano per essere assunti nella Guardia Medica: uno su cinque era straniero. E all’inizio del 2014, l’assessore regionale alla Sanità pugliese, Elena Gentile, aveva denunciato gli effetti della gobba pensionistica: il numero dei professionisti che si ritira dall’attività medica è superiore a quello che entra nel mondo del lavoro. A mancare sono soprattutto specialisti in pediatria, anestesia, rianimazione e cardiologia. E i posti lasciati vuoti nelle Asl pugliesi sono stati occupati da medici provenienti da altre regioni o dall’estero.

Secondo un’analisi realizzata dal Servizio Studi Previdenziali e Documentazione dell’ENPAM (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri), sono 15mila i camici bianchi nati all’estero e iscritti all’Albo italiano. Un valore modesto rispetto alla totalità dei medici che operano nel nostro Paese: circa250mila (4,1 dottori per mille abitanti). Tuttavia, in dieci anni si è registrato un tasso di crescita positivo pari al 30%: se nel 2001 gli specialisti stranieri in Italia erano 10.900, nel 2011 sono diventati14.737. Una forza internazionale rilevante, che funge da supporto a un sistema sanitario carente.

Sono soprattutto tedeschi, ma anche svizzeri, greci, iraniani, francesi. E poi ancora venezuelani, romeni, statunitensi, sauditi e albanesi. “Un numero destinato a lievitare”, avverte il dott. Foad Aodi, presidente dell’AMSI(Associazione Medici di origine Straniera in Italia), “se non saranno riviste le condizioni d’accesso alla facoltà di Medicina e non sarà effettuata un’adeguata programmazione quantitativa e qualitativa della formazione specialistica”.

“Il 65-80% dei professionisti extracomunitari non lavora per il Servizio Sanitario Nazionale”, sostiene il dott. Aodi. Operano nel pubblico soprattutto quelli giunti in Italia negli anni ’60, ’70 e ’80: si tratta di persone che hanno studiato e si sono specializzate nel nostro Paese. Ma i professionisti stranieri arrivati dopo il crollo del muro di Berlino esercitano principalmente in cliniche private, in quelle a lunga degenza, nei centri di fisioterapia e riabilitazione e nei laboratori di analisi, accontentandosi spesso di contratti precari e part-time.

Tuttavia, esiste il pericolo di uno scontro fra medici italiani e stranieri. Secondo il presidente dell’AMSI, bisogna disinnescare il rischio di una guerra fra poveri

“programmando, attraverso un censimento, le specializzazioni mediche in base alle necessità della società italiana. E solo quando mancano professionisti italiani, assumere specialisti provenienti da altri Paesi”.

Per il dott. Mazzucco, “i medici stranieri hanno sempre rappresentato una risorsa per l’Italia”. La contaminazione fra culture è essenziale in una società multietnica come la nostra: “spesso è difficile dialogare con pazienti non italiani, per differenze linguistiche, religiose, culturali. Potersi avvalere di esperti capaci di comprendere il background del malato straniero si rivela così fondamentale”, ha concluso il presidente del SIGM.

Ma Luisa, che sta già valutando la possibilità di proseguire i suoi studi negli Stati Uniti, teme le conseguenze del taglio degli investimenti statali nel settore della sanità:

“ci ridurremo come l’Inghilterra, che è costretta a importare medici. Ad esempio, i neurochirurghi italiani che non riescono a ottenere un contratto a tempo indeterminato fuggono verso la Gran Bretagna, dove sono molto apprezzati”.

Intervenendo sulla manifestazione del 2 aprile scorso, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha criticato gli interventi adottati in materia di sanità dai governi precedenti: “Quando nel passato si è deciso di diminuire le borse di specializzazione, lo si è fatto per mere ragioni di bilancio”.Tagli effettuati senza un piano strutturale di riforma, che si sono rivelati dannosi per la salute pubblica e hanno reso l’Italia una vecchia malata. Un’inferma che, non riuscendo a riposare neppure su un letto di piume, continua a cercare sollievo dal dolore rigirandosi su se stessa.

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http://www.reporternuovo.it/2014/04/14/medici-italiani-scappano-allestero-aumentano-i-dottori-stranieri-in-italia/
www.amsimed.org

www.unitiperunire.org

www.co-mai.org

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Aodi: «Sono stato relatore e moderatore, il 23 maggio, di tre convegni, su temi come Salute Globale Internazionale e Difesa dei Diritti delle Donne e Lotta alla violenza di gruppo.

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