futuroquotidiano: FOAD AODI, NON CREDIAMO NELL’ODIO E NELLA PAURA

 

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Gli Usa hanno un nuovo presidente. L’elezione di Donald Trump viene accolta dalla Co-mai con il rispetto dovuto all’  opinione pubblica americana, che s’ è espressa democraticamente.  “Come Co-mai ,le comunità del mondo  arabo in italia, rispettiamo il voto, indicativo della  volontà popolare americana, ma non possiamo nascondere la  preoccupazione derivante da dichiarazioni rilasciate, e  intenti manifestati, dal neo eletto e dai suoi amici in  Europa: in tema, soprattutto, di immigrazione, donne, politica estera, islam e mondo arabo” . Così Foad Aodi, Presidente  delle Co-mai e preside della facoltà di Scienze della  Riabilitazione e Fisioterapia dell’ Università anglo-cattolica “Unisanpaolo”, ribadisce un deciso  no alle politiche di fomentazione dell’odio razziale e  religioso  in America e in occidente,  e sottolinea come “l’ America sia da sempre la culla  dell’immigrazione”. “Non crediamo- aggiunge- che oggi possa istigare  allo scontro razziale, o peggio, considerare plausibili le idee di deportazione dei migranti e innalzamento di  muri’.

Il voto  americano, contro le aspettative, ha premiato il candidato  che ha incarnato e alimentato le paure della classe media:  “Noi non crediamo nell’odio e nella paura”,  prosegue Aodi, “ma nel dialogo e nel confronto. Ci  auguriamo che s’ arrivi presto alla definizione d’un’ agenda internazionale che abbia come priorità  i  conflitti irrisolti nel Medio Oriente, a partire dalla causa  palestinese,  la questione dell’immigrazione e il dialogo con l’islam ed il mondo arabo. Ma non ci  illudiamo che sia un percorso semplice, oggi più che  mai”. “Temiamo – conclude il preside –  la linea interventista annunciata da Trump; non dimentichiamo che la  stessa politica negli ultimi anni ha dato via a guerre e  conflitti in Medio Oriente ancora aperti, come in Afghanistan  e Iraq;  e ha alimentato la sfiducia del  mondo arabo ed islamico nei confronti della diplomazia  americana, che negli ultimi anni in sostanza ha fatto un gioco di rimessa”.

 

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Come giornalisti commentatori di politica  estera, pur condividendo in buona parte l’analisi, e le  preoccupazioni, del prof. Aodi ( che rappresenta piu ‘associazioni e organismi), sentiamo però di poter portare,  al dibattito,  anche qualche contributo, se non positivo,  almeno meno preoccupante. Nelle sue primissime dichiarazioni  dopo la vittoria, infatti, Trump ha ribadito che vorrà  essere il presidente “di tutti gli americani”, e  che il suo Governo non guarderà nè all’etnia, nè alla
fede religiosa dei governati. L’esperienza della  politica insegna poi che le “sparate” populiste e  xenofobe (alla Bossi o alla Lepen, per intenderci), come,  nel caso di Trump, il progetto di’erigere un muro  antiimmigrazione al confine col Messico (il quale, tra  l’altro, con le sue dissestate finanze, non sarebbe  certo disposto a contribuire…), il piu’ delle volte  vengon ridimensionate non tanto da un rinsavimento dei loro  autori, ma dalla dura realtà della quotidiana direzione  d’un Paese. Certo l’elezione di Trump – personaggio  a metà, diremmo, tra Berlusconi e Grillo, tra il classico  miliardario che si butta in politica e il populista  antipolitico, originario spesso dello spettacolo –
s’inserisce in un fenomeno, ormai mondiale, di disgusto  della gran parte dell’ opinione pubblica  per i  politici di professione, ormai coinvolti sino al collo nel
fango del potere: ecco il motivo principale dei successi dei  vari Trump, Farage, Le Pen, Zhirinowskij, Fortuym, e Silvio Berlusconi (il fenomeno, non dimentichiamo, è partito dagli  anni ’90). Ma un conto è fare il leader d’un  movimento populista pur forte e diffuso, un altro assai  diverso è governare quotidianamente un grande Paese. Erano  altri tempi, certo: ma, tanto per restare in tema Usa, non  dimentichiamo che il populista, ultraliberista  e  guerrafondaio Reagan, alla prova dei fatti si rivelò il
presidente che avviò il grande disarmo nucleare insieme a  Gorbaciov, limitò al massimo le avventure militari e – come  prevedeva nel marzo 1988, su “Panorama”, un
economista di stampo kennediano come Kenneth Galbraith – sarebbe stato costretto, negli ultimi anni del suo secondo   mandato, a limitare drasticamente i piani di
ridimensionamento dell’ intervento pubblico in economia  ( come in effetti fu: al punto di apparire, in confronto al  Bush Jr.d’un decennio piu’ tardi, un pericoloso
socialista di stampo europeo…!).

 

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