corrierediviterbo: Islamici in campo contro il terrorismo

 

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Le comunità islamiche e arabe in Italia sono pronte, disponibili a collaborare con le istituzioni italiane per isolare e snidare i predicatori di morte che usano il marchio dell’Isis nei territori e – soprattutto – nei siti internet? Inevitabile chiederselo mentre assistevamo martedì scorso al rientro a Ciampino delle salme dei nove connazionali uccisi nell’attacco di Dacca. Tutti civili, donne e uomini pacifici, imprenditori globali le cui bare avvolte nel tricolore, dopo l’omaggio breve e silenzioso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, venivano abbracciate, accarezzate, bagnate dal pianto dei familiari, ognuna stretta dentro un carro funebre, allineate accanto alla gigantesca fusoliera verde dell’aereo militare che le aveva riportate a casa: il disincanto più tragico, la fine dell’illusione che gli italiani non siano esposti – sul nostro suolo e all’estero – alla follia omicida dei kamikaze che invocano Allah mentre falciano con i kalashnikov gente inerme nel Bangladesh come in Turchia, a Parigi come a Bruxelles. Una riflessione fatta propria, appena si erano chiarite le dimensioni della tragedia di Dacca, dal ministro Gentiloni: “guai a pensare – ha detto – che i miliziani di Daesh colpiscono perché li si bombarda in Siria. Semmai è vero il contrario: finché continuerà a esistere il sedicente stato islamico i terroristi e i lupi solitari avranno un simbolo cui fare riferimento per i loro attacchi sanguinosi”. Ecco perché è stata la conclusione “bisogna portare a termine la distruzione del califfato e, contemporaneamente, isolare i predicatori di morte attivi in occidente: dobbiamo chiedere alle comunità islamiche e arabe di aiutarci a isolare chiunque predichi il radicalismo, nei quartieri e nel web”. Ed eccoci all’interrogativo di partenza: c’è disponibilità a rispondere all’appello di Gentiloni? A guardare diverse trasmissioni televisive si direbbe di no, tutt’altra invece la storia che racconta Foad Aodi, il fisiatra presidente dell’Associazione medici stranieri (Amsi), ‘focalpoint’ delle Nazioni Unite per l’integrazione in Italia: “ sbaglia chi dice che i musulmani in Italia non fanno dichiarazioni contro il terrorismo: la condanna della strage di Dacca da parte nostra è senza se e senza ma. Non solo: con l’hashtag #noimettiamolafacciacontroDaesh dedichiamo questo Ramadan di sangue alle vittime del terrorismo e dell’immigrazione irregolare e ai rifugiati. Non canti di gioia ma preghiera nelle moschee per i morti, contro la violenza e il terrorismo cieco che non ha religione né civiltà. Aod chiede non solo controlli ma anche un maggiore coinvolgimento delle comunità arabe e musulmane oltre alla collaborazione dei social media: “siamo pronti – assicura – a segnalare alle autorità italiane qualsiasi comportamento sospetto, ma chiediamo che sia data più voce alle nostre comunità, consentendo nuovi accordi per la libertà di culto che impediscano la nascita di moschee ‘fai da te’ e la diffusione di interpretazioni settarie del Corano. Nel momento in cui la stato islamico in Iraq e Siria è più debole che mai, la prevenzione va fatta stroncando il franchising del terrore, la diffusione del marchio del califfato ‘venduto’ come un prodotto, i cui clienti sono i potenziali lupi solitari sparsi per il pianeta, giovani esposti alla suggestione di ideologie totalizzanti, nelle quali il folle disprezzo per la vita altrui va di pari passo con l’esaltazione del martirio. Da questo punto di vista anche Facebook e twitter dovrebbero sentirsi mobilitati contro il terrore, togliendo linfa alla propaganda del terrore”. C’è un appello rivolto anche agli organi di informazione: “schierarsi contro l’Islam e contro gli immigrati, oltre ad alimentare il rancore dei potenziali lupi solitari, è ingiusto e pericoloso. Solo con con l’impegno per una buona convivenza e l’integrazione si può far fronte comune, scongiurando quello scontro interreligioso e interculturale sul quale puntano i predicatori del terrore”.

 

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