Aodi: il confronto interprofessionale per una cultura dell’integrazione

Sono 15mila i medici stranieri che lavorano in Italia, 35mila gli infermieri: in una società sempre più multietnica, l’integrazione passa anche attraverso il settore della salute. Ma come sono inseriti tali professionisti nel nostro Sistema Sanitario pubblico e privato? E con quali problematiche lavorative?

L’Ufficio Stampa lo ha chiesto, in occasione del Convegno“Promozione della Salute e Cooperazione internazionale” al presidente dell’Associazione Medici di origine Straniera in Italia, che è anche presidente della Co-mai, la comunità del Mondo arabo in Italia, e fondatore di Uniti per unire, il movimento transculturale e interprofessionale per l’integrazione e la cooperazione internazionale: Foad Aodi.

Foad Aodi, lei è presidente dell’Amsi, l’Associazione Medici di Origine straniera in Italia. Può fotografarci la situazione degli operatori sanitari provenienti dall’esteroe che lavorano nel nostro Paese?
La “mappa” dei professionisti della salute di origine straniera evidenzia una prevalenza di operatori sanitari, tra i quali i più numerosi sono gli infermieri professionali, che, secondo gli ultimi dati IPASVI, sono 35 mila, per lo più di nazionalità romena (circa il 43%) e polacca (il 14%) e impiegati in prevalenza al Centro e al Nord dell’Italia.
I medici di origine straniera iscritti ai diversi Ordini d’Italia sono circa 15.000, per il 42,3% donne, e per il 67,5% in una fascia di età tra i quaranta e i sessantaquattro anni.
Si tratta, per la maggior parte di cittadini dei Paesi membri dell’UE o di professionisti provenienti da Paesi a Sviluppo Avanzato.
Fisioterapisti e farmacisti sono presenti nel territorio italiano con numeri che si aggirano rispettivamente intorno ai 4.000 e ai 3.500. Per quanto riguarda i fisioterapisti, il 60% è laureato in Italia, provenendo da Palestina, Egitto, Africa, Germania, Brasile, Argentina, Filippine e Colombia. ll 40% ha invece un diploma riconosciuto in Italia e viene dai Paesi dell’Est: Russia, Polonia, Romania, Ucraina.
La gran parte dei farmacisti, infine, è laureata in Italia ed è di origine palestinese, iraniana, greca, tedesca, africana, albanese, siriana.

E come sono inquadrati nell’ambito del Sistema sanitario nazionale?
Dal punto di vista lavorativo, molti sono presenti negli ospedali pubblici come liberi professionisti, retribuiti attraverso un sistema di gettoni o di compenso a prestazione occasionale, sebbene per periodi prolungati presso la medesima struttura.
Una prassi, questa, parecchio diffusa anche nel privato, dove sarebbe formalmente possibile addivenire alla piena assunzione di personale straniero non comunitario.
In ogni caso, la maggior parte di questi professionisti lavora presso strutture private e accreditate: laboratori d’analisi, ambulatori fisioterapici, cliniche private, attività specialistica privata e odontoiatria, medici di famiglia e pediatri convenzionati.
La situazione degli operatori sanitari stranieri segue le linee base che caratterizzano le aree di inserimento dei medici, con prevalenza nelle strutture sanitarie private, ma anche in quelle pubbliche, alle quali si accede o tramite
concorsi, oppure tramite cooperative e agenzie di lavoro interinale.

Il 4 settembre scorso, l’Italia ha recepito la Legge europea 2013, per cui non è più necessaria la cittadinanza in un paese dell’Ue per partecipare ai Concorsi pubblici. Quali cambiamenti porterà tale legge per i medici stranieri?
Da tempo l’Amsi auspicava questa legge, anticipata dalle sentenze di diversi tribunali, e con la quale finalmente l’Italia si allinea, sebbene in ritardo, alla normativa dell’Unione europea. Non sarà più necessaria la cittadinanza per partecipare ai concorsi pubblici, quindi anche quelli negli ospedali , ma basterà la “Carta di Soggiorno” (cioè il permesso CE per lunghi soggiornanti), lo status di rifugiato o lo status di protezione sussidiaria.
Cosa significa questo? Che molti medici e infermieri che lavorano come “gettonisti” o con collaborazioni occasionali potranno essere stabilizzati e che aumenteranno, per i professionisti stranieri, le possibilità di inserimento nel Sistema Sanitario pubblico.

È di poche ore fa la notizia della tragedia di Lampedusa, nella quale sono morte almeno novantaquattro persone, a seguito del naufragio di un’imbarcazione che trasportava più di cinquecento migranti. Vuole far arrivare un suo messaggio?
È un giorno tragicamente triste per tutti. Da Lampedusa ci arrivano notizie tremende, che purtroppo certificano ancora una volta che si parla di immigrazione solo quando ci scappa il morto o c’è un episodio di razzismo. Noi diciamo basta alle morti nel mare, basta allo sfruttamento degli esseri umani. Chiediamo di formare subito un pool di medici italiani e di origine straniera per portare la prima assistenza sanitaria.

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