agenziafuoritutto: Roma, caso “Baobab”: Foad Aodi, no ad una “nuova Pantanella”

 

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Si incancrenisce, a Roma, la situazione del Centro “Baobab”, che sta veramente diventando un nuovo, ancora peggiore, “Caso Pantanella”. Giovani uomini, donne e bambini provenienti da tutti Paesi africani, circa 400, vivono per strada (in via Cupa, a due passi da Verano e stazione Tiburtina) in una tendopoli arrangiata, creata con sedie, vecchi divani, cartoni e tappetini da ginnastica. Professano religioni diverse, sono cristiani, cristiani copti, mussulmani. Il centro era stato sgomberato lo scorso dicembre per volere del Prefetto; i volontari han proseguito ad aiutare gli immigrati sulla stessa strada, creando una nuova associazione di volontariato no profit , “Baobab Experience”, ma suscitando così l’opposizione dei cittadini del quartiere. La situazione, pur circoscritta, è obbiettivamente peggiore di quella creatasi, nei primi mesi del 2015, nel quartiere di Tor Sapienza (dove almeno gli immigrati erano in gran parte alloggiati in edifici pubblici; ma dove il loro modo di vivere fuori quasi d’ogni regola aveva creato, alla popolazione, obbiettivi problemi ambientali, sanitari e d’ordine pubblico ).
“E’ una condizione inaccettabile. Hanno bisogno di cibo, acqua ed elettricità!”, sottolinea Erika Santalucia, una dei volontari che prestano assistenza fisica e psicologica agli extracomunitari del “Baobab”. “L’accoglienza, però, deve essere un’accoglienza degna, che tenga conto degli esseri umani, nel rispetto delle loro diverse culture e religioni” (a proposito, perché il Comune, una volta che sia veramente in grado d’ampliare il suo organico, non pensa ad assumere anche più mediatori culturali, figura oggi indispensabile dinanzi all’emergenza immigrazione, e reperibile tra i laureati di varie Università?).
Sul “nodo Baobab” interviene anche Foad Aodi, “Focal Point” in Italia, per l’integrazione, per l’ Alleanza delle Civiltà (UNAoC), organismo ONU che promuove appunto il dialogo interculturale e interreligioso, e presidente dell’Associazione Medici d’ Origine Straniera in Italia (AMSI), della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e del Movimento “Uniti per Unire”.
“Sosteniamo, assieme al Governo italiano, la nostra lotta contro il razzismo e la xenofobia, l’ignoranza e la disumanità nei confronti dei cittadini stranieri e degli immigrati: questa la nostra promessa in memoria di Emmanuel”, dice Aodi, commentando poi la recente uccisione, a Fermo, del 36enne nigeriano Emmanuel Chidi Namdi, che aveva difeso la compagna, Chynyeri, da insulti razzisti.
Senza poter pronunciarci, ora, sulle esatte responsabilità penali per l’uccisione di Emmanuel (la magistratura sta indagando per capire se, come sostenuto dalla difesa del responsabile, Amedeo Mancini, e da alcuni testimoni, si sia trattato – da parte di Mancini- d’ omicidio preterintenzionale nel corso di legittima difesa nei confronti del nigeriano, indignato per gli insulti alla sua compagna e passato ad aggredire l’italiano), è chiaro che l’omicidio di Fermo resta comunque un episodio molto grave. Emblematico del clima di tensione e d’ intolleranza, nato in contesti prettamente d’ignoranza e d’ odio stereotipato, che regna oggi tra fasce consistenti degli italiani e immigrati extracomunitari. “Non dobbiamo consentire – prosegue Aodi – la strumentalizzazione, eletta a sistema, delle fasce più deboli della popolazione, da parte di chi cavalca l’onda, mosso da fini personali e elettorali; siamo stanchi del razzismo e delle strumentalizzazioni politiche. Ma diciamo no anche al “vittimismo”. L’Italia, comunque, non e’ un Paese razzista, anzi, sta dando una grande lezione a tutta Europa in termini di accoglienza e aiuti umanitari. Purtroppo, però, ci sono casi in cui gli immigrati vengono ignorati come ombre: è il caso appunto del “Baobab”. Servono assistenza e servizi socio-umanitari, al Baobab: ma l’ assistenza cui mi riferisco dev’ essere condotta nel rispetto delle persone e della legge. Si pensa a ricollocare gli immigrati da un Paese all’altro, da un luogo all’altro, ma non si pensa a sufficienza al loro disagio fisico e psicologico. Oltre a una sede, servono medici, mediatori, psicologi e assistenti sociali. Solo agendo sulla regolarizzazione dei flussi migratori e sulla loro buona gestione possiamo sconfiggere il crescere dell’immigrazione illegale. La sola strada da percorrere è quella di una legge sull’ immigrazione veramente europea, e d’ una maggior cooperazione economica e sanitaria coi nostri Paesi d’ origine.
(F.Fed)

 

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